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Conferenza Episcopale Italiana
3. Orientamenti per il risveglio della fede
e il completamento dell’iniziazione cristiana
in età adulta
Nota pastorale
del Consiglio Episcopale Permanente
Comunicare il Vangelo è, per la Chiesa, il
compito primario e fondamentale; è la grazia
più grande e la sua più vera e intima identità.
La consapevolezza del primato dell’evangelizzazione
si è fatta negli ultimi decenni sempre più
chiara nelle nostre comunità e, mentre ha
prodotto una salutare inquietudine di fronte
ai radicali cambiamenti nella società e nella
cultura, ha impresso una marcata connotazione
missionaria a tutta la vita e all’azione
della Chiesa.
Concretamente questa “conversione della pastorale”
non può limitarsi a coloro che non hanno
ancora ricevuto l’annuncio del Vangelo, ma
esige una rinnovata e sempre più convinta
attenzione a tutti i battezzati, a cominciare
da coloro che, pur non avendo rinnegato formalmente
il loro Battesimo, vivono un fragile rapporto
con la Chiesa e devono quindi essere interpellati
dal santo Vangelo di Gesù Cristo per riscoprirne
la bellezza e la forza trasformante e per
ritrovare così la gioia di vivere l’esperienza
cristiana in maniera più consapevole e operosa.
Dopo la pubblicazione della prima Nota pastorale
sulla iniziazione cristiana dedicata al catecumenato
degli adulti (30 marzo 1997) e di quella
dedicata al catecumenato dei fanciulli e
dei ragazzi dai 7 ai 14 anni (23 maggio 1999),
questa terza Nota è espressamente indirizzata
al “risveglio della fede e al completamento
dell’iniziazione cristiana degli adulti”.
La Nota pertanto si configura come la realizzazione
di uno dei primi obiettivi di quella “agenda
pastorale”, che ci vede impegnati nel cammino
di questo decennio. In modo puntuale e concreto
vengono offerte precise indicazioni, vòlte
a far maturare nella comunità cristiana un’apertura
missionaria e un ascolto attento e disponibile
delle domande ad essa rivolte. Ispirandosi
al modello catecumenale, come paradigma dell’azione
pastorale, si sollecita la parrocchia a prendere
coscienza di essere il “luogo ordinario e
privilegiato di evangelizzazione della comunità
cristiana” e si indirizza nell’anno liturgico
lo sviluppo dell’azione di accompagnamento.
La Nota vuole essere anche una prima risposta
all’impegno, sollecitato dagli Orientamenti
pastorali per il decennio in corso, di mettere
in atto “un impegno di primo annuncio, su cui innestare un vero e proprio itinerario di iniziazione o di ripresa della vita cristiana” di quei battezzati
che desiderano “ricominciare” un cammino
di riscoperta della fede (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 57).
La pubblicazione di questa terza Nota sulla
iniziazione cristiana potrà aiutare le nostre
Chiese a operare quei cambiamenti ormai indifferibili
e sempre più urgenti per “comunicare il Vangelo
in un mondo che cambia”: tenere presente
che l’evangelizzazione non è impegno riservato
agli “specialisti”, ma compito proprio e
prioritario di tutta la comunità; essere
consapevoli che l’iniziazione cristiana non
è tanto un settore della pastorale, quanto
il suo modello ispiratore e il suo paradigma
esemplare; basare ogni percorso formativo
sulla catechesi e, prima ancora, fondare
ogni catechesi, anche quella dei fanciulli
battezzati, sul “primo annuncio”.
Da tempo la Chiesa italiana ha operato la scelta qualificante di passare a una “pastorale di missione permanente”. Ci auguriamo che la presente Nota, mentre completa il progetto avviato con la pubblicazione delle due Note precedenti, contribuisca a imprimere al rinnovamento pastorale, in atto nelle nostre comunità, un orientamento preciso, uno slancio creativo, un aiuto concreto ed efficace.
Domenica di Pentecoste
LA SETE DI CRISTO
1. Una Samaritana incontra Gesù al pozzo di
Giacobbe, vicino alla città di Sicar. Egli
le chiede: «Dammi da bere» (Gv 4,7). La sete di Gesù è segno del suo ardente
desiderio che la donna, e con lei tutta la
gente della città, si aprano alla fede. Gesù
«ebbe sete così ardente» della fede della
Samaritana da «accendere in lei la fiamma
dell’amore»[1] di Dio. Anche la donna, per parte sua, domanda
dell’acqua: «Signore… dammi di quest’acqua,
perché non abbia più sete» (Gv 4,15). «La Samaritana ci rappresenta. Ogni
persona umana ha sete e passa da un pozzo
all’altro: un vagare incessante, un desiderio
inesauribile, rivolto ai molteplici beni
del corpo e dello spirito. Nel nostro tempo questa ricerca sembra diventare
addirittura una corsa tumultuosa: produrre
e consumare, possedere molte cose e fare
molte esperienze, cercare impressioni sempre
nuove, il piacere e l’utile immediato, tutto
e subito. Molti però hanno la sensazione
di correre senza una meta, di riempirsi di
cose, che risultano vuote. Molti lamentano
un impoverimento dei rapporti umani: anonimato,
estraneità, incontri superficiali e strumentali,
emarginazione dei più deboli, conflittualità
e delinquenza. Tutto contrasta con quello
che sembra essere il nostro anelito più profondo:
essere amati e amare»[2].
Nel cuore di ogni uomo vi è un desiderio
di salvezza. Il Signore suscita la sete e
dona l’acqua viva dello Spirito, che sazia
per sempre la sete d’infinito d’ogni persona. «Occorre liberarsi dai pregiudizi e dal conformismo;
occorre essere sinceri e onesti con se stessi.
È necessario prendere sul serio le grandi
domande, che ognuno di noi si porta dentro:
chi sono? da dove vengo? dove sto andando?
E ancora: la realtà è assurda o intelligibile?
la vita è un dono, un destino cieco o un
caso? perché questa sete che nessuna conquista
riesce ad estinguere? che cosa posso sperare
e che cosa devo fare? Se vengo dal nulla
e vado verso il nulla, sembra che non ci
sia nulla da sperare e nulla da fare, se
non lasciarsi andare alla deriva. Se invece
vengo dall’Amore infinito e vado verso l’Amore
infinito, ecco che mi si apre davanti un
cammino, difficile forse, ma pieno di significato…
Chi evita le domande fondamentali, fugge
da se stesso… Indifferenza, edonismo e attivismo
non sono una soluzione, ma un’evasione irresponsabile.
“Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente
l’acqua della vita” (Ap 22,17)»[3].
Ancora oggi Gesù suscita nel cuore di tutti gli uomini la fede e l’amore. Dall’incontro personale con Lui nasce in ciascuno la coscienza della propria fragilità e della propria condizione di peccato e, insieme, l’adesione al suo messaggio di salvezza, con il desiderio di diffonderlo nel mondo.
È quanto viene testimoniato nel racconto
del Vangelo di Giovanni. L’incontro con Gesù
trasforma la vita della donna di Samaria.
Ella corre senza indugio a comunicare la
buona notizia alla gente del suo villaggio:
«Venite a vedere un uomo che mi ha detto
tutto quello che ho fatto. Che sia forse
il Messia?» (Gv 4,29). «La rivelazione accolta con fede
chiede di divenire parola proclamata e testimoniata
mediante scelte concrete di vita. È questa
la missione dei credenti, che scaturisce
e si sviluppa a partire dall’incontro personale
con il Signore»[4], come per la Samaritana.
Un desiderio inscritto nel cuore dell’uomo
2. «Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore
dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da
Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare
a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà
la verità e la felicità che cerca senza posa
[…]. Ma questo “intimo e vitale legame con
Dio” (Gaudium et spes, 19) può essere dimenticato, misconosciuto
e perfino esplicitamente rifiutato dall’uomo.
Tali atteggiamenti possono avere origini
assai diverse: la ribellione contro la presenza
del male nel mondo, l’ignoranza o l’indifferenza
religiosa, le preoccupazioni del mondo e
delle ricchezze, il cattivo esempio dei credenti,
le correnti di pensiero ostili alla religione,
e infine la tendenza dell’uomo peccatore
a nascondersi, per paura, davanti a Dio e
a fuggire davanti alla sua chiamata. [...]
Se l’uomo può dimenticare o rifiutare Dio,
Dio però non si stanca di chiamare ogni uomo
a cercarlo perché viva e trovi la felicità.
Ma tale ricerca esige dall’uomo tutto lo
sforzo della sua intelligenza, la rettitudine
della sua volontà, “un cuore retto” ed anche
la testimonianza di altri che lo guidino
nella ricerca di Dio»[5].
Gli Orientamenti pastorali dei Vescovi italiani
per il primo decennio del 2000, quando descrivono
la situazione psicologica e spirituale di
quanti sono alla ricerca di Dio, ne parlano
con grande rispetto, sottolineando che spesso
sono «persone di grande dignità, che portano
nel loro vissuto ferite inferte dalle circostanze
della vita familiare, sociale e, in qualche
caso, dalle nostre stesse comunità; più semplicemente,
sono cristiani abbandonati a loro stessi,
verso i quali non si è stati capaci di mostrare
ascolto, interesse, simpatia, condivisione»[6].
Gli uomini del nostro tempo, portatori di
un desiderio di Dio spesso inconsapevole
e inespresso, chiedono ai credenti non solo
di “parlare” di Cristo, ma di farlo “vedere”.
È «compito della Chiesa riflettere la luce
di Cristo in ogni epoca della storia, farne
risplendere il volto anche davanti alle generazioni
del nuovo millennio»[7].
Chiamati a una “nuova evangelizzazione”
3. La domanda, posta da coloro che sentono il richiamo della fede, impone alla Chiesa nuovi modi di pensare, comunicare e testimoniare il Vangelo. È quanto Giovanni Paolo II ha ripetutamente espresso con l’invito a intraprendere una “nuova evangelizzazione”.
La comunità cristiana è inviata dal Signore
a mettersi in ascolto della ricerca di questi
uomini e di queste donne, per condividere
con loro la speranza da lui donata. La Chiesa
è chiamata ancora una volta a mostrarsi «esperta
in umanità»[8] e ad accompagnare, con sapienza evangelica
e con atteggiamenti di attento ascolto e
di sincera condivisione, il cammino di coloro
che desiderano maturare una scelta consapevole
di fede.
L’odierno mutamento culturale esige una nuova
riflessione sull’annuncio del Vangelo. Dopo
aver dovuto rispondere alla sfida posta da
una ragione innalzata a criterio esclusivo
di verità e contrapposta alla fede, oggi
l’evangelizzazione si trova a confronto con
una cultura che vorrebbe “liberare” l’uomo
da ogni vincolo e da ogni norma, disancorandolo
da ogni “fondamento”, lasciato in balìa solo
del proprio sentire.
Oggi “diventare cristiani” è fortemente ostacolato
dai processi di secolarizzazione e di scristianizzazione;
il senso religioso innato nell’uomo è minato
dall’agnosticismo che riduce l’intelligenza
umana a semplice ragione calcolatrice e funzionale;
un progressivo “alleggerimento” corrode i
legami più sacri e gli affetti più significativi
della persona. Ne consegue una sorta di sradicamento
e di instabilità, che, già a livello umano,
compromettono la formazione di solide personalità
e di relazioni serie e profonde e, a maggior
ragione, rendono molto impegnativo l’invito
a farsi discepoli del Signore.
La Chiesa affronta il compito di comunicare
il Vangelo al mondo contemporaneo con la
chiara consapevolezza che Cristo è la Verità,
la definitiva e piena rivelazione di Dio
e dell’uomo, e che da Lui ha origine il dono
sorprendente della libertà. Il continuo e
rinnovato ascolto del Verbo della vita, la
contemplazione costante del suo volto permetteranno
ancora una volta alla Chiesa di comprendere
chi è il Dio vivo e vero e chi è l’uomo.
Essa «mira a questo solo: a continuare, sotto
la guida dello Spirito Paraclito, l’opera
stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo
a rendere testimonianza alla verità, a salvare
e non a condannare, a servire e non ad essere
servito»[9].
Evangelizzare con la santità
4.
L’uomo contemporaneo crede più ai testimoni
che ai maestri, più all’esperienza che alla
teoria, più ai fatti che alle parole[10]. La prima e insostituibile forma di evangelizzazione
è la testimonianza della vita: Cristo, il
primo evangelizzatore, è il “testimone” per
eccellenza (cf. Ap 1,5; 3,14) è il modello della testimonianza
cristiana. Lo Spirito Santo accompagna il
cammino della Chiesa e l’associa alla testimonianza
che egli rende a Cristo (cf. Gv 15,26-27). È dunque con la vita ordinaria
della comunità ecclesiale, con il suo stile
fatto di accoglienza e di perdono, di povertà
e di distacco; è con la presenza sollecita
di pastori e fedeli, con l’esempio di famiglie
cristiane e di comunità religiose, che gli
umili discepoli del Signore, pur con tutti
i limiti e i difetti umani, saranno apostoli
credibili del suo Vangelo di verità, di libertà
e di amore. In una parola, per evangelizzare
occorre innanzi tutto la santità.
Tale “misura alta della vita cristiana” è
stata riproposta con vigore dal Papa Giovanni
Paolo II, il quale ha indicato la santità
come l’obiettivo irrinunciabile di una pastorale
missionaria: «La riscoperta della Chiesa
come “mistero”, ossia come popolo “adunato
dall’unità del Padre, del Figlio e dello
Spirito” (S. Cipriano, De dominica oratione, 23; cf. Lumen gentium, 4), non poteva non comportare la riscoperta
della sua “santità”, intesa nel senso fondamentale
dell’appartenenza a Colui che è per antonomasia
il Santo, il “tre volte Santo” (cf. Is 6,3). Professare la Chiesa come santa significa
additare il suo volto di Sposa di Cristo,
per la quale egli si è donato, proprio al
fine di santificarla (cf. Ef 5,25-26). Questo dono di santità, per così
dire, oggettiva, è offerto a ciascun battezzato.
Ma il dono si traduce a sua volta in un compito,
che deve orientare l'intera esistenza cristiana»[11].
Si tratta perciò di vivere il Battesimo come
«un vero ingresso nella santità di Dio attraverso
l'inserimento in Cristo e l’inabitazione
del suo Spirito […]. Chiedere a un catecumeno:
“Vuoi ricevere il Battesimo?” significa al
tempo stesso chiedergli: “Vuoi diventare
santo?”. Significa porre sulla sua strada
il radicalismo del discorso della montagna:
“Siate perfetti come è perfetto il Padre
vostro celeste” (Mt 5,48) […]. È ora di riproporre a tutti con
convinzione questa “misura alta” della vita
cristiana ordinaria: tutta la vita della
comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane
deve portare in questa direzione»[12].
I cristiani sono testimoni della risurrezione
del Signore solo se tendono con l’aiuto della
sua grazia, con umiltà e costanza, a condurre
una vita da risorti, «come vivi, tornati
dai morti» (Rm, 6,13): quando non si vergognano del Vangelo,
quando sperimentano la consolazione nella
prova, quando trovano nella preghiera la
forza di perdonare e di farsi perdonare,
quando si spendono per diventare un cuor
solo e un’anima sola, quando si impegnano
per costruire la civiltà dell’amore e non
perdono la speranza di cieli nuovi e terra
nuova, allora mostrano con segni di vita
nuova di credere nella risurrezione del Signore.
Non si dovrà poi mai dimenticare che la testimonianza
evangelica, a cui il mondo è più sensibile,
è quella dell’attenzione per le persone e
soprattutto della carità verso i piccoli
e gli emarginati, verso chi soffre. La gratuità
di questo atteggiamento, il distacco dalla
gloria mondana e dai beni materiali, l’uso
delle proprie risorse a favore dei più poveri,
l’impegno per la pace e la giustizia, se
vissuto per amore del Signore Gesù e ordinato
al bene integrale dell’uomo, costituiscono,
da parte della comunità ecclesiale, altrettanti
“segni di credibilità” della sua fede e fanno
nascere precise domande che orientano a Cristo
e al Vangelo.
L’ASCOLTO
L’evangelizzazione a servizio dell’uomo
5. L’impegno di annunziare il Vangelo della speranza agli uomini e alle donne di oggi, spesso travagliati dalla paura e dall’angoscia, disorientati dallo smarrimento e dall’insicurezza, è anzitutto un servizio che i cristiani rendono, non solo ai loro fratelli e sorelle battezzati, ma anche a tutta l’umanità.
La Chiesa «esiste per evangelizzare»[13], cioè per «portare la buona novella in tutti
gli strati dell’umanità e, con il suo influsso,
trasformare dal di dentro, rendere nuova
l’umanità stessa»[14]. Il Vangelo di Marco si chiude con il comando
di Gesù ai suoi discepoli perché vadano dappertutto
a portare il messaggio del Vangelo (cf. Mc 16,15). Il mandato di evangelizzare tutti
gli uomini costituisce, perciò, la missione
essenziale della Chiesa, resa più urgente
dai vasti e profondi mutamenti della società
attuale. Non ci possono essere né persone
né ambienti pregiudizialmente esclusi dall’evangelizzazione.
Alla Chiesa si presentano oggi le folle per
le quali Gesù ebbe compassione «perché erano
stanche e sfinite, come pecore senza pastore»
(Mt 9,36).
Attraverso la predicazione del Vangelo continua
la memoria viva di Gesù, trasmessa di generazione
in generazione. Ogni nuova generazione cristiana
è chiamata ad ascoltare la proclamazione
del Vangelo e a rispondere all’invito alla
sequela di Gesù in modo originale e proprio.
Quale deve essere la risposta delle nostre
comunità cristiane di fronte alla predicazione
del Vangelo? Il decreto conciliare Ad gentes ha descritto le varie tappe che debbono
scandire il percorso dell’evangelizzazione:
testimonianza cristiana, dialogo e servizio
della carità, annuncio del Vangelo e chiamata
alla conversione, catecumenato e iniziazione
cristiana, formazione della comunità cristiana
per mezzo dei sacramenti e dei ministeri.
Questo dinamismo è attento alle situazioni
iniziali, agli sviluppi graduali e alla condizione
di maturità della persona[15].
6. L’evangelizzazione è l’annuncio del Vangelo e la testimonianza che la Chiesa rende ad esso attraverso tutto quello che essa è, fa e dice. In una parola, l’agire della Chiesa è finalizzato ad annunciare e testimoniare il Vangelo del Regno. Evangelizzare è pertanto attivare un processo mediante il quale la Chiesa, mossa dallo Spirito, annuncia e diffonde il Vangelo in tutto il mondo.
Spinta dalla carità e condividendo le gioie, le speranze e le fatiche degli uomini, la Chiesa:«- impregna e trasforma tutto l’ordine temporale, assumendo e rinnovando le culture; - dà testimonianza tra i popoli del nuovo modo di essere e di vivere proprio che caratterizza i cristiani; - proclama esplicitamente il Vangelo, mediante il “primo annuncio”, chiamando alla conversione; - inizia alla fede e alla vita cristiana, mediante la “catechesi” e i “sacramenti di iniziazione”, coloro che si convertono a Gesù Cristo, o quelli che riprendono il cammino della sua sequela, incorporando gli uni e riconducendo gli altri alla comunità cristiana; - alimenta costantemente il dono della comunione nei fedeli mediante l’educazione permanente della fede (omelia, altre forme del ministero della Parola), i sacramenti e l’esercizio della carità; - suscita continuamente la missione, inviando i discepoli del Signore ad annunciare il Vangelo, con parole e opere, in tutto il mondo»[16].
7. La chiamata di Gesù: «Convertitevi e credete
al Vangelo» (Mc 1,15) continua a risuonare anche oggi. La
fede cristiana è, innanzi tutto, incontro
personale con Gesù Cristo, adesione piena
e sincera alla sua persona e decisione di
camminare alla sua sequela come discepoli.
Da ciò scaturisce l’impegno permanente di
pensare come lui, di giudicare come lui e
di vivere come egli è vissuto. In tal modo
il credente si inserisce nella comunità dei
discepoli e professa la fede della Chiesa[17].
La decisione per la conversione è un mistero
che si consuma nel segreto rapporto tra l’amore
gratuito di Dio e la libertà dell’uomo. Restano
perciò in qualche modo insondabili le ragioni
che spingono le persone verso una nuova adesione
alla fede cristiana, né possono essere pienamente
valutate. Una ricerca religiosa è già apertura
a Dio e disponibilità ad accogliere la sua
rivelazione piena in Cristo, perché lo Spirito
soffia dove e come vuole (cf. Gv 3,8). La stessa fiduciosa richiesta di credere
da parte dei pagani viene indicata da Gesù
come fede, addirittura come “fede esemplare”
(cf. Mt 8,5-13; 15,21-28 par.).
Dentro la storia di ciascuno
8. Le domande religiose di un adulto solitamente si accompagnano a una ricerca libera, che non deve essere condizionata dalla fretta di essere ammessi alla celebrazione di un sacramento. Il più delle volte un adulto, che intraprende un cammino di ricerca religiosa o di attenzione alla Chiesa, non si propone subito di diventare un praticante impegnato. È importante perciò considerare la storia di ciascuno, favorendo un libero confronto. Il felice esito di un accompagnamento nel cammino di fede, infatti, non si misura dal numero delle persone che immediatamente si “reintegrano” nella Chiesa.
Nella vita quotidiana, nel contatto giornaliero,
nei luoghi di lavoro e di vita sociale si
creano molte occasioni di testimonianza e
di comunicazione del Vangelo. Ma non è sempre
facile, per chi pur battezzato vive al di
fuori di una esperienza cristiana autentica,
cogliere con precisione i segni del risveglio
della fede e il momento in cui si è pronti
ad accogliere il Vangelo e a viverlo.
Le domande religiose, in vario modo rivolte
alla comunità ecclesiale, vanno accolte,
anche quando necessitano di verifica e di
purificazione. Esorta l’apostolo Paolo: «Accogliete
tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne
le esitazioni» (Rm 14,1). A volte sono domande vaghe; talora
chiedono ciò che la comunità non può dare;
non poche volte si fermano alla superficie
delle cose. Ma colui che chiede, proprio
perché adulto, deve essere aiutato a capire
che nella sua domanda è implicito l’interrogativo:
«Che cosa debbo fare?» (cf. At 2,37). In ogni caso, viene però il momento
in cui la proposta cristiana di confessare
che Gesù è il Signore va formulata in modo
chiaro ed esplicito. È proprio questa la
missione che compete alla Chiesa e a ogni
cristiano.
9. Nella nostra società, che si configura come multietnica e multireligiosa, i cristiani, nel rispetto di ciascuna tradizione religiosa e di ogni convinzione personale, ancorati alla propria identità e rivendicando con coraggio la propria fedeltà al Vangelo di Gesù Cristo morto e risorto, sono chiamati a dare una chiara testimonianza di vita evangelica, senza condizionamenti o compromessi. Occorre peraltro tenere presente che i cristiani hanno il dovere di offrire a coloro che vivono momenti impegnativi o situazioni molto sofferte della loro vita la certezza di essere amati e salvati dal Padre nel Signore Gesù. È pertanto urgente ravvivare la fede ridotta a tradizioni, a consuetudine esteriore e individualista, per trasformarla in scelta personale, libera e convinta, autenticamente comunitaria.
Le situazioni in cui può nascere una domanda
di fede
10. Ogni percorso di vita e di fede costituisce una storia personale unica e irripetibile.
Alcuni battezzati, che hanno avviato una
ricerca di senso della vita al di fuori del
cristianesimo, magari in altre religioni
o esperienze religiose, desiderano verificare
se nella religione che fu per loro familiare,
c’è la risposta che hanno cercato altrove.
Altri, a seguito di sollecitazioni provenienti da avvenimenti apparentemente casuali, in ogni caso non programmati, come una celebrazione liturgica che ha riportato ricordi lontani, la lettura di un libro, una conversazione, si trovano a risvegliare interrogativi da lungo tempo sopiti e avvertono il bisogno di dare ad essi una risposta compiuta.
Anche le esperienze di volontariato possono provocare un ripensamento intorno ai valori posti a fondamento della propria esistenza e, in alcuni casi, possono condurre a una scelta di impegno cristiano. Proprio dalla vicinanza e dalla solidarietà verso i poveri e verso gli ultimi e dalla dedizione allo sviluppo integrale delle persone, può nascere l’intendimento di dedicare la propria vita a Cristo nel servizio della carità.
11. Nell’età giovanile ricorrono momenti che possono diventare snodi esistenziali significativi per una nuova visione della vita: la ricerca di un lavoro, nel quadro di incertezza circa il proprio futuro, può aiutare a elaborare decisioni mature; l’avvio della vita affettiva e la prospettiva di costruire una famiglia aprono verso una nuova progettualità e verso una visione più impegnativa dell’esistenza e consentono di scoprire il disegno di Dio sull’amore e sulla propria vocazione a servizio degli altri; l’esperienza traumatica della solitudine, della sofferenza e della morte provoca domande di senso e determina crisi, che talora approdano verso l’acquisizione di valori durevoli e verso scelte di vita particolarmente impegnative.
12. La domanda del Battesimo di un figlio, così come la celebrazione della Confermazione o della prima Comunione, possono interpellare in modo serio e decisivo la coscienza, anche se non di rado la richiesta è determinata da motivi di carattere familiare, o di convenienza sociale. In ogni caso tali eventi possono aprire interrogativi sul senso del sacramento e far riflettere sull’autenticità della motivazione che ha originato la richiesta.
La decisione di celebrare il sacramento del Matrimonio, spesso collegata alla domanda di ricevere il sacramento della Confermazione, offre l’opportunità di scoprire e di approfondire lo spessore del progetto di vita coniugale e familiare che scaturisce dalla fede e di trasformare il cammino verso le nozze in un vero e proprio percorso di fede.
13. La vicinanza e il sostegno di un credente possono risultare determinanti nel ridefinire le proprie ragioni di vita e la propria speranza in taluni passaggi esistenziali problematici: una malattia personale o di un familiare, difficoltà a livello professionale, una crisi coniugale, un improvviso trasferimento che muta radicalmente la vita e le relazioni e può sfociare in una dura esperienza di solitudine, momenti di fatica esistenziale, la morte di una persona cara.
In tali circostanze la persona può sperimentare crisi senza sbocchi, ma può anche trovare una apertura verso Qualcuno che ci ama e ha a cuore la nostra vita. Uscire dal chiuso di se stessi, non lasciarsi morire dentro, spostare l’attenzione verso l’Assoluto che sta “oltre” la mia persona: sono traguardi possibili che trasformano molte ricerche di senso in ricerca di Dio.
14. Cristiani di altre confessioni, attraverso l’incontro con comunità cattoliche vive o con fedeli seriamente impegnati, possono essere condotti verso l’adesione alla Chiesa cattolica e a intraprendere l’itinerario di completamento dell’iniziazione cristiana o di accoglienza nella piena comunione della Chiesa.
Né si devono dimenticare quei cattolici che,
avendo aderito a qualche setta religiosa,
chiedono successivamente di ritornare nella
Chiesa cattolica, aprendosi così a una riscoperta
della vita cristiana da attuare attraverso
un vero e proprio itinerario di fede e non
semplicemente con la riammissione ai sacramenti.
Le domande che provocano la comunità cristiana
15. Le situazioni richiamate e altre possibili,
oltre alle tante domande di senso formulate
da molti giovani e adulti, pongono la comunità
cristiana di fronte alla responsabilità della
propria missione evangelizzatrice. La religiosità
di molti uomini e donne del nostro tempo
è simile alla religiosità descritta dall’apostolo
Paolo nel discorso agli ateniesi (cf. At 17,16-34): si dicono religiosi, ma non conoscono
la vera identità cristiana e soprattutto
non vivono in modo coerente con tale identità.
Il termine “cristiano” può allora diventare
sinonimo di “brava persona”, ma senza alcun
riferimento a Gesù Cristo e alla Chiesa.
È urgente pertanto ridare un contenuto specifico
al nome “cristiano” della persona battezzata.
Il Battesimo, infatti, è sigillo della fede
in Gesù Cristo; è inserimento nella sua morte
e risurrezione per vivere da discepoli; è
porta d’ingresso nella Chiesa cattolica.
«Cristiani non si nasce, ma si diventa»[18], attraverso un processo di conversione.
Si nasce e si può vivere come uomini e donne
religiosi; cristiani si diventa rispondendo
a una chiamata della Parola di Dio, maturando
uno stile di vita evangelico, acquisendo
«gli stessi sentimenti che furono in Cristo
Gesù» (Fil 2,5), orientando la vita al Padre, per mezzo
di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo.
La conversione cristiana, in una parola,
conduce a un’adesione libera ed esplicita
a Cristo e alla sua Chiesa.
16.
L’odierno contesto di scristianizzazione
esige che la celebrazione dei sacramenti
sia accompagnata da un’intensa attività di
evangelizzazione, affinché i cristiani siano
in grado di «comprendere a quale speranza
[Dio, il Padre della gloria, li] ha chiamati,
quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità
fra i santi e qual è la straordinaria grandezza
della sua potenza verso di noi credenti secondo
l’efficacia della sua forza che egli manifestò
in Cristo» (Ef 1,18-19). La Chiesa fa perciò propria la
consapevolezza espressa dall’apostolo Paolo:
«Non è per me un vanto predicare il Vangelo;
è un dovere per me: guai a me se non predicassi
il Vangelo!» (1Cor 9,16).
Non si tratta di respingere o negare i sacramenti
a qualcuno, ma di offrire a tutti la possibilità
di crescere in una «fede adulta, “pensata”»[19], capace di motivare e sostenere scelte di
vita coerenti e di suscitare la disponibilità
a ricevere la ricchezza di grazia che scaturisce
dai misteri del Signore. Nel rispetto della
dignità della persona, occorre aiutare ogni
uomo e ogni donna a prendere coscienza della
propria identità, a fare alla luce del Vangelo
verità su di sé, ad attrezzarsi per effettuare
scelte mature e responsabili. I sacramenti,
infatti, non ci appartengono e non possiamo
fraintenderne il significato, piegandoli
alle esigenze pastorali. Essi sono avvenimenti
di salvezza nei quali siamo chiamati a riconoscere
il Signore Gesù e che dobbiamo accogliere
con fede e con amore.
17. Diventare capaci di accoglienza verso gli uomini e le donne di oggi; realizzare luoghi di fraternità sincera, nei quali si coltivi rispetto per le scelte di ciascuno; preparare gradualmente alla celebrazione di un sacramento, per assumere un impegno morale coerente: è questa la prospettiva dei percorsi predisposti per chi è chiamato a risvegliare la propria fede. Le parrocchie e le unità pastorali, che aprono spazi di dialogo e di ricerca in un contesto di fraternità e di speranza, offrono la possibilità di illuminare di senso cristiano ogni dimensione della vita, del dolore e della morte. Le nostre comunità, quando vivono con coerenza la missione “iniziando” alla vita cristiana, diventano luoghi in cui le persone compiono un cammino graduale di ricerca nella libertà e nella verità.
18. Come riconoscere l’autenticità di una domanda di fede? Essa è autentica quando non nasce unicamente dal desiderio di essere reintegrati nella Chiesa, ma dalla volontà di riscoprire il messaggio cristiano, in particolare la persona di Gesù, e di partecipare a un cammino di comunione con gli altri.
In risposta a tale domanda la Chiesa è chiamata
a offrire una proposta adeguata, che permetta
alle persone di incontrare il Signore non
singolarmente ma in fraternità. Infatti la
disponibilità a un cammino comunitario è
segno e testimonianza di una vera ricerca
di fede nella piena apertura al disegno di
Dio, che volle «santificare e salvare gli
uomini non individualmente e senza alcun
legame tra loro, ma volle costituire di loro
un popolo, che lo riconoscesse nella verità
e santamente lo servisse»[20].
CAPITOLO SECONDO
L’ANNUNCIO
Il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio
19.
Gesù, inviato di Dio, da sempre presso di
Lui come Figlio unigenito, si è fatto uomo
per manifestare l’infinito e irrevocabile
amore del Padre ed è venuto ad abitare in
mezzo a noi: «ha lavorato con mani d’uomo,
ha pensato con mente d’uomo, ha agito con
volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo»[21]. Generato dal Padre prima di tutti i secoli,
è nato da Maria Vergine per opera di Spirito
Santo. Dopo aver trascorso una vita ordinaria
a Nazareth fino all’età di trent’anni circa,
ha iniziato la sua opera messianica con il
battesimo presso il Giordano, quando il Padre
lo ha consacrato con il suo Spirito Santo
e lo ha «elevato agli occhi di Israele come
Messia», perché «Figlio del divino compiacimento»[22].
Ricevuto il battesimo da Giovanni, Gesù è
condotto dallo Spirito nel deserto per affrontare
un’aspra lotta contro satana, dalla quale
esce vincitore. Da allora egli comincia a
percorrere le strade della Galilea per annunciare
la venuta del regno di Dio nella storia degli
uomini: «Il tempo è compiuto e il regno di
Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo»
(Mc 1,14-15). Questo “vangelo di Dio” – la notizia
più sorprendente che mai sia stata proclamata
sulla terra – è il “primo annuncio”, o chèrigma, di Gesù e contiene due messaggi fondamentali.
Il primo riguarda Dio, che per puro amore
gratuito fa maturare il tempo fino alla sua
pienezza (“il tempo è compiuto”) e viene
a instaurare il suo regno di giustizia e
di pace, per i piccoli e i poveri, per i
sofferenti e gli esclusi (“il regno di Dio
è vicino”). Il secondo messaggio riguarda
la risposta umana e si esprime in due appelli:
innanzi tutto occorre “convertirsi”, cioè
cambiare mentalità e trasformare la propria
condotta di vita; inoltre è indispensabile
“credere”, cioè fidarsi e affidarsi a questa
bella notizia (“vangelo”). Al centro del
chèrigma di Gesù non c’è il comportamento dell’uomo,
ma Dio e la sua regalità. La conversione
dell’uomo non è quindi la condizione della
sovrana e benevola vicinanza di Dio, ma la
conseguenza.
20. Gesù ha portato a compimento l’opera di evangelizzazione, «beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo» (At 10,38), prigionieri del male. «Mai egli si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli»[23]. Ma la delusione crescente delle folle, che continuavano a nutrire grandiosi sogni di riscatto nazionale e attese ostinate di benessere materiale, la dura avversione di alcuni farisei e maestri della Legge che non sopportavano la sua critica severa nei confronti del formalismo religioso, l’insanabile contrasto con i sadducei e i capi del popolo allarmati per la sua contestazione del tempio e per la notevole popolarità che lo faceva apparire agli occupanti romani come un agitatore pericoloso, soprattutto la sua “scandalosa” rivendicazione di un’autorità pari a quella di Dio, tutti questi fattori presero corpo in un complotto che ben presto lo avrebbe portato alla condanna da parte del sinedrio di Gerusalemme.
Nonostante si fosse reso conto fin dalle
prime avvisaglie del rischio mortale che
correva, Gesù è rimasto fedele alla missione
ricevuta: l’intima relazione con il Padre
lo ha spinto ad amare tutti, «sino alla fine»
(Gv 13,1) e a consegnarsi volontariamente alla
morte di croce per i nostri peccati. Così
ha sigillato nel suo sangue di vittima innocente
la nuova ed eterna alleanza tra Dio e tutta
l’umanità. Per questo il Padre lo ha risuscitato
da morte e lo ha «costituito Signore e Cristo»
(At 2,36).
Prima di salire al cielo, Gesù ha ordinato
ai suoi discepoli di andare in tutto il mondo
a «predicare il vangelo a ogni creatura»
(Mc 16,15). Inizia con il dono dello Spirito
Santo la missione della Chiesa: i discepoli
del Signore – leggiamo nella conclusione
del Vangelo di Marco – «partirono e predicarono
dappertutto, mentre il Signore operava insieme
con loro e confermava la parola con i prodigi
che l’accompagnavano» (Mc 16,20). La glorificazione di Gesù non segna
un arresto o un inesorabile declino della
sua attività missionaria, ma ne registra
piuttosto la dilatazione e l’inizio di un
inarrestabile sviluppo: se durante la sua
vita pubblica Gesù ha agito nella sua terra,
ora con lo Spirito della Pentecoste opera
nella Chiesa, e attraverso di essa raggiunge
con la sua grazia gli uomini di tutti i luoghi
e di tutti i tempi. Il vangelo del regno
di Dio da lui predicato diventa ormai il
«vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1): il regno dei cieli è esplicitamente
e definitivamente impersonato in lui. Si
passa così dal vangelo di Gesù al vangelo
della Chiesa su Gesù.
Il primo annuncio
21. Gli inizi dell’attività evangelizzatrice
della Chiesa sono raccontati dal secondo
libro di Luca, gli Atti degli Apostoli. Il
giorno di Pentecoste Pietro rivolge ai giudei
e a quanti si trovano a Gerusalemme un lungo
discorso che conclude con un messaggio solenne
e sintetico: «quel Gesù che voi avete crocifisso,
Dio lo ha costituito Signore e Cristo» (At 2,36). Questo discorso, come anche gli altri
che si incontrano nel libro degli Atti (cf.
At 3,12-26; 4,9-12; 5,29-32; 10,34-43; 13,16-41),
sono strutturati attorno a tre elementi ricorrenti:
una breve rievocazione degli avvenimenti
riguardanti Gesù, soprattutto la sua risurrezione;
una interpretazione di questo evento alla
luce delle Scritture; un appello alla conversione
e alla fede.
Oltre a queste testimonianze di predicazione,
nel Nuovo Testamento troviamo anche vari
brani in cui il chèrigma, nucleo essenziale della fede cristiana,
viene professato o cantato. Uno dei più antichi
esemplari di professione di fede è riportato
da Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi.
L’apostolo, che scrive verso l’anno 56 d.C.,
ricorda quello che egli stesso ha «trasmesso»
al tempo della fondazione della comunità,
verso l’anno 51, cioè il messaggio-base o
contenuto essenziale dell’annuncio, da lui
«ricevuto» probabilmente dopo la sua “illuminazione”
sulla strada di Damasco verso l’anno 36:
«Cristo morì per i nostri peccati secondo
le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato
il terzo giorno secondo le Scritture» (1Cor 15,3-5). Un modello di “fede cantata” lo
si può riscontrare nell’inno riportato da
Paolo nella Lettera ai Filippesi (Fil 2,6-11), in cui si proclama la condizione
divina di Gesù Cristo (la “pre-esistenza”)
il dramma della sua umiliazione fino alla
morte di croce (la “pro-esistenza”) e l’esaltazione
fino alla gloria di Signore.
22. Sia quando il messaggio cristiano viene annunciato
ai non credenti (chèrigma), sia quando viene celebrato all’interno
delle comunità (professione di fede, inni),
il centro è sempre lo stesso: Dio ha risuscitato
e glorificato Gesù, che gli uomini avevano
crocifisso. Questa stessa fede viene proclamata
anche attraverso il genere letterario dei
racconti, come nei vangeli della risurrezione:
in Mc 16,1-8 (la tomba vuota); in Mt 28,16-20 (il Cristo glorioso adorato); in
Lc 24,36-53 e in Gv 21,1-13 (il Risorto riconosciuto).
Da questi testi si ricava la formula primordiale
che esprime la fede cristiana: si tratta
di una sola parola che, nella lingua greca
del Nuovo Testamento, suona eghèrthe, e significa: “è risorto”. In questa semplicissima
parola si concentra l’essenziale della «notizia
di salvezza» che gli apostoli andranno a
proclamare «sino ai confini del mondo» (Rm 10,18): Gesù di Nazareth, uomo notoriamente
morto come crocifisso, è risorto. Questa
formula è stata progressivamente arricchita
da alcune specificazioni, che ne esplicitano
il significato, come: «è risorto dai morti«
(Mt 28,7); «è risorto come aveva detto» (Mt 28,6); «è risorto per la nostra giustificazione»
(Rm 4,25).
Se il messaggio pasquale si riassume nella
notizia di un “fatto”, quel fatto riguarda
una “persona”, Gesù di Nazareth. Perciò,
per riassumere tutto l’insegnamento impartito
da Filippo al ministro della regina Candace,
il terzo evangelista si può limitare a una
formula molto sintetica: «gli evangelizzò
Gesù» (At 8,35). Pertanto, oltre a formule narrative
in cui viene annunciato l’evento pasquale
(«è risorto», «è apparso», «è stato esaltato»
o «glorificato»), troviamo nel NT anche formule
assertive: «Gesù è il Signore» (Rm 10,9; Fil 2,11), «Gesù è il Cristo» (At 5,42; 18,5; Gv 20,31); Gesù è «il Figlio di Dio» (Mt 16, 16; Gv 20,31).
La rivelazione di Dio non si limita all’evento
di Pasqua ma, attraverso lo svelamento del
mistero personale di Gesù, conduce alla rivelazione
più sorprendente, quella del mistero di Dio
nella sua più intima identità: l’unico, vero
Dio, lo stesso che si è rivelato a Mosè,
è comunione d’amore di tre Persone uguali,
distinte, unite: Padre, Figlio e Spirito
Santo.
In sintesi, «l’annuncio ha per oggetto il
Cristo crocifisso, morto e risorto: in lui
si compie la piena e autentica liberazione
dal male, dal peccato e dalla morte; in lui
Dio dona la “vita nuova”, divina ed eterna.
È questa la “buona novella”, che cambia l’uomo
e la storia dell’umanità e che tutti i popoli
hanno il diritto di conoscere. Tale annuncio
va fatto nel contesto della vita dell’uomo
e dei popoli che lo ricevono. La salvezza
e la liberazione, che Cristo ha portato,
riguardano l’intera vita dell’uomo nel tempo
e nell’eternità, cominciando qui e già ora
e trasformando la vita delle persone e delle
comunità con lo spirito evangelico»[24].
Il processo dell’evangelizzazione
23. L’evangelizzazione è la missione permanente della Chiesa: è la sua grazia e, prima di esserne l’attività specifica, ne costituisce la più vera e intima identità. La Chiesa pertanto non solo fa, ma è l’evangelizzazione: se per assurdo la Chiesa smettesse di evangelizzare, cesserebbe all’istante di essere la memoria e l’attesa di Gesù Cristo, cioè cesserebbe all’istante di essere Chiesa. L’evangelizzazione è il servizio che la Chiesa deve al mondo perché si salvi per mezzo della fede in Cristo, unico Signore di tutti.
In senso specifico «l’evangelizzazione propriamente
detta è il primo annuncio della salvezza
a chi, per ragioni varie, non ne è a conoscenza
o ancora non crede», affermava il Documento
Base della catechesi italiana, con una precisazione:
questa azione della Chiesa volta a suscitare
la fede, è necessaria e insostituibile anche
per «ridestarla in coloro nei quali è spenta,
rinvigorirla in coloro che vivono nell’indifferenza,
farla scoprire con impegno personale alle
nuove generazioni e continuamente rinnovarla
in quelli che la professano senza sufficiente
convinzione o la espongono a grave pericolo»[25]. Inoltre, nel ribadire che l’evangelizzazione
è necessaria anche nei confronti dei «cristiani
ferventi», si esplicita il senso del “primo
annuncio” come «l’annuncio delle verità e
dei fatti fondamentali della salvezza», per
«conoscerne il senso radicale, che è la “lieta
novella” dell’amore di Dio»[26].
Questo primo annuncio è chiamato dallo stesso
documento anche «annuncio fondamentale»,
ed è distinto dalla catechesi che è «esplicazione
sempre più sistematica della prima evangelizzazione,
educazione di coloro che si dispongono a
ricevere il Battesimo o a ratificarne gli
impegni, iniziazione alla vita della chiesa
e alla concreta testimonianza della carità»[27]. Se quindi l’obiettivo specifico dell’evangelizzazione
è la nascita o la rinascita della fede, lo
scopo proprio della catechesi è lo sviluppo
o maturazione della fede «attraverso la presentazione
sempre più completa di ciò che Cristo ha
detto, ha fatto e ha comandato di fare»[28] .
L’evangelizzazione deve essere preceduta da un’attenta e delicata opera di dialogo e di ascolto, allo scopo «di suscitare la ricerca della verità o di raccogliere la domanda di chi è in ricerca, per aiutare la persona nel discernimento di che cosa cerca»[29]. Infatti lo Spirito Santo opera segretamente nel cuore degli uomini, spesso attraverso una salutare inquietudine e sempre risvegliando un’attesa, anche se inconsapevole, di conoscere la verità su Dio, sull’uomo, sulla via che porta alla salvezza.
In Gesù di Nazareth morto e risuscitato scopriamo
che gli uomini «sono amati e salvati da Dio»[30]. «“In Gesù Cristo... la salvezza è offerta
a ogni uomo, come dono di grazia e di misericordia
di Dio stesso” (Evangelii nuntiandi, 27). Tutte le forme dell'attività missionaria
tendono verso la proclamazione che rivela
e introduce nel mistero nascosto nei secoli
e svelato in Cristo (cf. Ef 1,3-9; Col 1,25-29)»[31].
L’annuncio che Dio ha risuscitato Gesù dai morti è sorgente di speranza e di libertà per ogni uomo. Ci viene rivelato, infatti, non solo che Dio esiste ma che agisce all’interno della storia umana; anzi, molto concretamente, che ha agito in Gesù sciogliendolo dai lacci della morte e facendolo partecipe della sua vita e del suo potere divino. In questo modo comprendiamo che Dio è per noi, sta dalla nostra parte nella lotta contro il male e che, in questa lotta, abbiamo la speranza concreta della vittoria. Se infatti, in quanto persone umane, dovremo pagare necessariamente un prezzo alla debolezza della nostra natura; se dovremo inevitabilmente conoscere la vecchiaia, la malattia e la morte, la risurrezione di Gesù ci annuncia che c’è una via aperta per l’uomo, una via che sfocia non nel nulla ma nella vita.
È la via di Gesù; la via che è Gesù. Egli
è passato da questo mondo al Padre amando
fino alla fine i suoi che erano nel mondo;
obbedendo senza riserve al Padre, ha condotto
alla perfezione divina la sua natura umana.
Ora, la via di Gesù si apre per noi perché
anche la gloria di Gesù si affacci all’orizzonte
del nostro cammino nel mondo: «Ritornerò
e vi prenderò con me perché siate anche voi
dove sono io. E del luogo dove io vado voi
conoscete la via… Io sono la via…» (Gv 14,3-4.6). Di questa speranza i credenti
sono debitori nei confronti di tutti gli
uomini. Si tratta, infatti, di una speranza
che ci è data ma che non ci appartiene; e
come l’abbiamo ricevuta senza nostro merito,
così siamo chiamati a condividerla con gioiosa
gratuità.
La fede, risposta all’annuncio
24. La fede «dipende dalla predicazione» (Rm 10,17). Generata dall’annuncio, è risposta fiduciosa a una Parola che promette, interpella, dona solidarietà, liberazione, gioia e realizzazione piena di vita; una Parola che dimostra nella storia la propria affidabilità. L’annuncio non suscita una generica credenza nell’esistenza di Dio o una adesione a una religiosità vaga, che può degenerare in una pratica puramente esteriore e persino nella superstizione.
Nella Bibbia Dio si rivela e si dona in una
storia intessuta di parole e avvenimenti
e l’uomo lo accoglie liberamente impegnando
tutto se stesso, intelligenza, volontà e
cuore, affidando a lui il proprio futuro,
assentendo alla verità da lui comunicata.
La fede suscitata dall’annuncio é una condizione
esistenziale che libera dalla solitudine
e dall’angoscia e dispone ad accettare se
stessi e ad amare gli altri. È una attitudine
che permette di affrontare la vita affidandosi
costantemente e con fiducia alla parola di
Dio, colta come parola d’amore, che invita
a “camminare alla presenza del Signore” (cf.
Gen 17,1). È un rapporto vitale che cresce per
tutta la vita, nutrito dalla Parola.
Il cammino dell'iniziazione cristiana, paradigma
per la vita cristiana
25.
L’annuncio è il primo atto compiuto esplicitamente
dalla Chiesa per rendere possibile la fede.
Esso comporta poi uno sviluppo particolare
nel cammino di iniziazione cristiana. L’annuncio
genera la fede cristiana, anche se non é
sufficiente a portarla a maturazione: coloro
che sono giunti alla fede hanno bisogno di
«condurre a maturità la loro conversione
e la loro fede»[32].
Quanti, mossi dalla grazia, decidono di seguire
Gesù, sono «introdotti nella vita della fede,
della liturgia e della carità del Popolo
di Dio»[33]. La Chiesa realizza questo per mezzo della
catechesi e dei sacramenti dell’iniziazione,
da ricevere o già ricevuti.
In un contesto di “nuova evangelizzazione”
non si può prescindere da una esperienza
ecclesiale di accompagnamento e di tirocinio
cristiano, analoga al catecumenato, per portare
alla piena maturità cristiana chi ha aderito
alla buona notizia.
Le nostre comunità ecclesiali, in particolare
le parrocchie, nella prospettiva dell’evangelizzazione
debbono riproporre il nesso inscindibile
fra annuncio evangelico ed edificazione della
Chiesa, divenendo luogo visibile e segno
sacramentale, in cui l’annuncio è dato gratuitamente
e liberamente accolto[34].
26. Il Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti propone un itinerario, che mette in evidenza
come l’appartenenza a Cristo e alla Chiesa
realizzata dal Battesimo non possa mai essere
annullata o perduta completamente, anche
se il battezzato non viene educato nella
fede o non vive in conformità agli impegni
che ne derivano, o rinunzia esplicitamente
alla fede.[35] Tale proposta possiede una valenza pastorale
di grande rilievo nella missione di evangelizzazione,
non solo per accompagnare quegli adulti che
non hanno completato l’iniziazione cristiana,
ma anche per accogliere coloro che si sono
allontanati dalla fede e che ora chiedono
di tornare a farne viva esperienza. In questa
proposta viene sollecitato l’avvio, o la
ripresa, di un autentico cammino di fede,
di ricerca e di maturazione, in una dimensione
di responsabilità personale; infatti è solo
nella libertà e nell’impegno di ciascuno
che si accoglie il mistero di Cristo e si
testimonia agli altri la forza di cambiamento
portata dal Vangelo.
27. A motivo della grande diversificazione delle
situazioni in cui oggi vivono coloro che
si mettono alla ricerca di Cristo, all’interno
dell’unico percorso si possono ipotizzare
diversi itinerari. L’itinerario non costituisce
peraltro un modello rigido programma, ma
esige il rispetto del cammino personale,
in ascolto delle domande e delle attese,
non di rado inespresse ma non per questo
meno vive, della persona.
Il processo di fede e di conversione comprende
diversi momenti significativi, che costituiscono
elementi imprescindibili dei diversi itinerari: [36]
a) L’interesse per il Vangelo. Dall’incontro con l’annuncio nasce nel
cuore il desiderio di conoscere il Dio di
Gesù Cristo. Questo primo movimento dello
spirito umano verso la fede, come inclinazione
a credere e come “ricerca religiosa”, è già
frutto della grazia.
b) La conversione. Perché il primo interesse per il Vangelo
possa trasformarsi in opzione fondamentale
di vita, occorre un tempo di crescita. La
decisione per la fede dev’essere valutata
e maturata in un processo di conversione.
Suscitata dallo Spirito Santo e dall’annuncio
del chèrigma, questa opzione fonda tutta la vita cristiana
del discepolo del Signore.
c) La professione di fede. L’iniziale adesione alla persona e alla
rivelazione di Gesù Cristo genera nei credenti
il desiderio di conoscerlo più profondamente
e di identificarsi con Lui. Mediante la catechesi
essi vengono iniziati alla conoscenza della
fede e all’apprendistato della vita cristiana,
favorendo un cammino spirituale che determina
un progressivo cambiamento di mentalità e
di comportamenti. Si diventa così idonei
ad una esplicita, personale professione di
fede.
d) Il cammino verso la santità. Sulla professione di fede battesimale si fonda l’edificio spirituale destinato
a crescere. Sorretto dallo Spirito, alimentato
dai sacramenti e dalla preghiera, corroborato
nell’esercizio della carità, aiutato dalle
varie forme di educazione permanente della
fede, il battezzato cerca di far suo l’invito
di Cristo: «Siate perfetti come è perfetto
il Padre vostro celeste» (Mt 5,48).
Chi percorre il cammino verso la fede, accolto e accompagnato da un gruppo di credenti, si inserisce nella comunità cristiana, in cui riceve l’invito a servire il Regno di Dio e l’aiuto a testimoniare la fede nella propria vita. Ciascuna comunità infatti deve saper offrire un’accoglienza cordiale, il nutrimento solido della parola di Dio, l’incontro con il Cristo vivente nell’Eucaristia, occasioni per testimoniare la carità, solidarietà nel bisogno e nella malattia.
28. Per aiutare le comunità parrocchiali che faticano a sviluppare gli itinerari della fede, perché talora appesantite dalle domande della cosiddetta pastorale ordinaria, è importante pensare a luoghi di ascolto e di scambio interparrocchiali o diocesani, soprattutto nelle piccole diocesi, da offrire a coloro che si interrogano sul senso della propria vita e si accostano alla Chiesa per trovare chi li conduca sulla strada verso l’incontro con Cristo.
Santuari e monasteri, case di esercizi e
luoghi di spiritualità, centri di accoglienza
e di ricerca nella fede, in autentica comunione
con la pastorale diocesana e in spirito di
servizio verso di essa, aiutino le comunità
parrocchiali a vivere una piena esperienza
ecclesiale. Le aggregazioni ecclesiali, in
profonda comunione con le parrocchie, offrano
esse pure una risposta agli uomini e alle
donne in cerca di un autentico senso della
vita e della gioia donata dalla fede cristiana.
L’ACCOMPAGNAMENTO
29.
L’incontro di Gesù con la Samaritana può
offrire un modello di riferimento per quanti
intraprendono un cammino di fede. All’inizio
c’è generalmente una prima e confusa esperienza
di un Dio, che ci attende e ci raggiunge
presso il “pozzo” della nostra vita quotidiana;
e lì ci fa conoscere e desiderare l’«acqua
che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14). Dal dialogo con Lui, scopriamo che
conosce la nostra vita; che è il nostro Salvatore;
che ci chiama da una religiosità talvolta
esteriore e formalistica al culto «in spirito
e verità» (Gv 4,23). Per questo si avverte l’esigenza
di rendergli testimonianza davanti a tutti.
Nella comunità ecclesiale
30.
L’incontro con Cristo si attua concretamente
nella comunità ecclesiale. La Chiesa risponde
alla propria vocazione e missione di madre,
offrendo il nutrimento della parola che dona
la vita e guidando verso una fruttuosa celebrazione
dei sacramenti. Inoltre accoglie e segue
coloro che si riaccostano alla fede attraverso
la preghiera, il sostegno fraterno e la testimonianza
di una vita cristiana credibile. Quando poi
chi si avvicina alla fede chiede di essere
ammesso ai sacramenti, la comunità ecclesiale
potrà rendere testimonianza della sua idoneità[37].
Quest’azione di accompagnamento è fondata sulla missione stessa della Chiesa. La presenza di persone che hanno intrapreso un cammino di ricerca rappresenta una “provocazione” alle nostre comunità ecclesiali. Certamente sono necessari accoglienza e ascolto appropriati, linguaggio adatto alle persone, sensibilità pastorale adeguata a una situazione in gran parte inedita. Ma soprattutto è necessario un cambiamento di mentalità, che faccia riscoprire la tensione missionaria della comunità cristiana, superando atteggiamenti orientati prevalentemente a mantenere l’esistente, per proiettarsi invece verso l’esterno per portare l’annuncio di Cristo.
La Chiesa particolare
31.
Nella diocesi tutti sono chiamati a proclamare
con forza la fede, per accogliere la presenza
gioiosa di Gesù Risorto nei suoi sacramenti,
per ricostruire i legami con il perdono,
l’aiuto reciproco e la fraternità. «Certamente
l'imperativo di Gesù: “Andate e predicate
il Vangelo” mantiene sempre vivo il suo valore
ed è carico di un’urgenza intramontabile.
Tuttavia la situazione attuale […] esige
assolutamente che la parola di Cristo riceva
un’obbedienza più pronta e generosa. Ogni
discepolo è chiamato a esporsi in prima persona;
nessun discepolo può sottrarsi nel dare la
sua propria risposta: “Guai a me, se non
predicassi il Vangelo!” (1Cor 9,16)»[38].
Il vescovo, sacerdote, maestro e pastore della Chiesa
particolare affidata alla sua cura, ha la
responsabilità diretta del cammino di evangelizzazione
e del cammino di iniziazione cristiana.[39] «I vescovi sono gli araldi della fede, che
portano a Cristo nuovi discepoli, sono i
dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità
di Cristo, che predicano al popolo loro affidato
la fede da credere e da applicare nella pratica
della vita, che illustrano questa fede alla
luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal
tesoro della rivelazione cose nuove e vecchie,
la fanno fruttificare»[40]. Al vescovo tocca quindi tenere alta la
coscienza missionaria della sua Chiesa, responsabilizzando
i presbiteri, le comunità parrocchiali e
religiose, i fedeli laici, specialmente quelli
aggregati.
La parrocchia
32.
«Nella Chiesa particolare il luogo ordinario
e privilegiato di evangelizzazione della
comunità cristiana è la parrocchia»[41]. In essa coloro che sono in ricerca possono
vivere un’esperienza di fraternità evangelica,
di vita comunitaria, di dialogo aperto sulle
ragioni della fede; accolgono la fede cristiana
e celebrano i sacramenti.
Oggi occorre dare risposte pastorali appropriate
alle domande di fede poste dai cresimandi
giovani e adulti, dai giovani che maturano
la fede mentre progettano di formare una
loro famiglia, da tutti coloro che vivono
un’inquietudine spirituale o intendono andare
oltre una fede abitudinaria.
Tali domande sollecitano le comunità a valorizzare
le occasioni di incontro con coloro che non
partecipano abitualmente all’Eucaristia domenicale.
Sono momenti preziosi di accoglienza e di
ascolto, che possono creare le condizioni
perché Dio faccia risuonare nel cuore di tanti fratelli l’annuncio
del Vangelo.
Nel contatto giornaliero, nei luoghi di lavoro
e di vita sociale è possibile “farsi prossimi”,
attraverso il servizio di carità che è annuncio
della Buona Notizia, consapevoli che il dono
del Vangelo è la suprema carità[42].
La parrocchia è chiamata a una trasformazione
qualitativa che la renda sempre più luogo
di accoglienza, di dialogo, di discernimento
e di iniziazione al mistero di Cristo attraverso
l’annuncio, la catechesi, la testimonianza,
la celebrazione dei sacramenti, il servizio
della carità, la corresponsabilità ecclesiale
e l'esercizio dei ministeri[43].
Anche altri contesti ecclesiali offrono spesso
opportunità per un ritrovato contatto con
la fede cristiana: le chiese nei centri storici
delle città, i santuari, i monasteri, gli
oratori, ma anche gli ospedali, le scuole,
le università e i loro centri di pastorale,
come pure le esperienze proposte da movimenti
e associazioni ecclesiali. Queste opportunità
devono stimolare la comunità parrocchiale
a ripensarsi nel suo rapporto con la pastorale
d’ambiente nel territorio: per attivare percorsi
differenziati, in collaborazione con altre
realtà ecclesiali; per accogliere coloro
che hanno completato il cammino di iniziazione;
per offrire spazi di inserimento attivo nella
comunità.
Il gruppo di ricerca nella fede
33. L’incontro con la comunità avviene talora attraverso l’esperienza di uno specifico gruppo che accompagna nel cammino di iniziazione. A seconda delle situazioni, si potrà valutare se istituire tale gruppo a livello interparrocchiale o facendo eventualmente riferimento per l’accoglienza e l’accompagnamento ad altre realtà ecclesiali, comunità di vita consacrata o esperienze aggregative ecclesiali. Tale gruppo, sempre attentamente collegato con la comunità parrocchiale, deve diventare luogo privilegiato di dialogo, di evangelizzazione, di catechesi, di educazione alla preghiera e alla liturgia, di educazione e di esercizio a una rinnovata partecipazione alla vita ecclesiale.
L’esperienza del gruppo non deve tuttavia
esaurirsi in se stessa, ma deve allargarsi
a un continuo contatto e a un aperto confronto
con altre esperienze, per esempio con gruppi
di catechesi per adulti o con centri di ascolto
della parola di Dio.
In questa prospettiva un ruolo importante
può e deve essere attribuito al cammino dell’Azione
Cattolica, da cui ci si attende «un’esemplarità
formativa e un impegno che, mentre si fa
sensibile alle necessità pastorali delle
parrocchie, contribuisca a rinvigorire, mediante
la testimonianza apostolica tipicamente laicale
dei suoi aderenti, il dialogo e la condivisione
della speranza evangelica in tutti gli ambienti
della vita quotidiana»[44].
I ministeri
34. Il cammino di riavvicinamento alla fede esige e suscita molteplici ministeri che, a diverso titolo, sono coinvolti in un’azione congiunta e organica.
Si è detto già del vescovo, primo responsabile dell’opera di evangelizzazione
e dell’iniziazione cristiana. È opportuno
che il gruppo possa incontrarlo almeno in
alcune circostanze significative, al fine
di sperimentare con lui la comunione della
Chiesa particolare.
Il presbitero, pastore e guida della parrocchia, ha un
ruolo specifico nei cammini di fede[45]: cura la formazione dei catechisti accompagnatori;
è la guida spirituale del gruppo e partecipa
alle tappe fondamentali della sua vita; presiede
le celebrazioni liturgiche che segnano le
tappe dell’itinerario. Inoltre il presbitero
educa la comunità a maturare una coscienza
missionaria per essere madre accogliente
e feconda nei confronti di chi ritorna a
Cristo e lo incontra nella Chiesa.
L’esperienza del gruppo si avvale anche dell’apporto
di altri ministri: i diaconi, i catechisti, i garanti e, al
momento opportuno, i padrini e le madrine.
Un servizio specifico può essere offerto
pure da fedeli maturi nella fede ed esemplari – persone
singole, coppie di sposi e di fidanzati –
che possono accompagnare efficacemente il
cammino in atteggiamento di condivisione
e di testimonianza.
35.
Essenziale e insostituibile è il ministero
del catechista accompagnatore. Egli è fratello nella fede, che indica
la strada e nello stesso tempo considera
le forze e il ritmo di chi accompagna; è
testimone che, con le parole e con la vita,
presenta il fascino esigente della sequela
di Cristo; è amico che accoglie, segue e
introduce nella comunità. Egli si mette in
ascolto delle domande per comprenderle; valorizza
la situazione della persona; aiuta a discernere
i segni di conversione.
Nell’attuale contesto di missionarietà il
ministero del catechista accompagnatore richiede
una particolare cura ecclesiale, che deve
esprimersi in un’adeguata formazione che
lo abiliti a rapportarsi con gli adulti,
ad ascoltare le loro domande, a dare risposte
convincenti e sicure intorno alla fede cristiana,
così da aprire alla speranza e all’obbedienza
della fede in Cristo.
Spetta al catechista accompagnatore predisporre
l’itinerario e le esperienze di vita cristiana.
In questo servizio è guidato dal presbitero
e può essere aiutato da altre persone coinvolte
nel compito di formazione. Tale compito può
essere svolto da una persona singola, da
un gruppo di due o tre persone, o anche da
una famiglia.
Lungo l’anno liturgico
36. Il modo più ordinario per seguire un itinerario
di fede è condividere il cammino della Chiesa
nell’anno liturgico, scandendone su di esso
le tappe. L’anno liturgico infatti determina
un percorso celebrativo in un crescente inserimento
nel mistero di Cristo; offre una prospettiva
organica per l’itinerario della catechesi;
guida verso la maturazione di atteggiamenti
e di comportamenti coerenti di vita cristiana.
«L’anno liturgico è celebrazione continua
e progressiva di tutto il piano della salvezza,
in una forma che è ad un tempo evocazione
delle mirabili opere di Dio, culto filiale
al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito,
istruzione e santificazione della Chiesa»[46]. Assumere il dinamismo proprio dell’anno
liturgico significa vivere in comunione con
tutta la Chiesa, condividendone il cammino
nel corso del tempo. Inoltre significa avvalersi
di quella pedagogia ecclesiale che intende
guidare i fedeli alla piena maturità in Cristo,
mediante la celebrazione durante l’anno dei
misteri della vita del Signore attorno al
momento cardine che è la Pasqua. Come ambiente
ecclesiale tipico per compiere l’itinerario
di fede, non deve essere messo in secondo
piano da nessun’altra esigenza o proposta
pastorale.
Annuncio e accoglienza della Parola
37. È la parola del Signore che porta alla pienezza della fede, a scoprire il Signore e la propria situazione, ad affidarsi a Lui come unico Salvatore.
L’annuncio introduce nella storia della salvezza,
il cui culmine è la storia di Gesù di Nazareth.
Nell’annuncio la Parola risuona in modo tale
da interpellare ognuno. In primo luogo è
necessario che l’annuncio si configuri come
una liturgia della parola,[47] ove la Parola proclamata è parola che convoca
e invita. La catechesi sistematica e più
approfondita è un compito successivo.
Per i cristiani che hanno celebrato il Battesimo,
è opportuno fare appello all’esperienza liturgica
e spirituale già vissuta, di cui forse non
si è avuta una piena coscienza.
La celeb